Impulsi pedagogici nel generalato di S. Ignazio di Loyola (1541-1556)

di Paul Oberholzer S.I.

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Se prendiamo in considerazione il collegamento tra Sant’Ignazio di Loyola e la pedagogia, cioè se ricerchiamo la rilevanza della pedagogia nella sua biografia e nella sua opera, la Compagnia di Gesù, dobbiamo renderci conto che ogni riflessione sul come mediare dei valori da una persona a un’altra o a un gruppo significa pedagogia. Finalmente tutte le considerazioni e le attività d’Ignazio sono in fondo determinate dalla guida o dall’accompagnamento di persone verso una relazione personale con Gesù Cristo. Anche l’ideale della visio beatifica non si ferma in sé stessa ma è continuata verso la condivisione affinché anche altri possano fare tale esperienza. Cioè quasi tutto in Ignazio sta in qualche riferimento con pedagogia: gli esercizi spirituali sono essenzialmente pedagogiche e pure il grande ma generico ideale di aiutare alle anime. È indispensabile in questo studio di fare una scelta o selezione – che è quella dell’educazione scolare prima di affrontare degli aspetti pedagogici del fondatore della Compagnia di Gesù.

Dobbiamo però anche renderci conto che delle riflessioni pedagogiche facevano parte integrale della società d’Italia dal Quattrocento quando le conquiste dell’umanesimo cominciarono a raggiungere una popolazione più ampia. Tutte le considerazioni pedagogiche in Italia rinascimentale conoscevano un collegamento con la fede cristiana e la preparazione a una condotta di vita rispettiva, benché la relazione tra educazione e religione stesse in una continua dinamica. Per avvicinarci ai meriti d’Ignazio di Loyola nel campo pedagogico è indispensabile percepire lo stato attuale della storiografia dell’educazione nel Cinquecento.

È ampiamente riconosciuto ed evidente che Ignazio non intendeva mai fondare un ordine di ricercatori. Nel suo centro non stavano né le università né la pubblicazione di opere scientifiche. Ciononostante frequentare l’università – e non qualsiasi ma piuttosto quelle di prestigio – era importante per lui. Alcalá de Henares e Salamanca erano i centri docenti più riconosciuti in Spagna nel suo tempo e Parigi era l’università di qualità superiore in assoluto. Se per Ignazio un profondo studio accademico non fosse stato prioritario avrebbe potuto frequentare la scuola cattedrale di Pamplona che avrebbe garantito una formazione sufficiente per l’ordinazione sacerdotale e per un insegnamento di base alla gente semplice. Malgrado di questo orientamento accademico incontestato predomina l’osservazione che la stima d’Ignazio dell’educazione accademica era essenzialmente legata alla mediazione, cioè alla pedagogia e non alla disputazione teologica. Le disputazioni facevano senz’altro parte del quotidiano di un collegio dei gesuiti – ma in un secondo passo del suo sviluppo e sempre in servizio dell’educazione.

Avvicinandoci a Ignazio sotto questo punto di vista vorrei prima stendere un arco contenuto dai parametri seguenti: Il Concilio Lateranense V (1512-1517), le riflessioni dei primo compagni dal 1539 al 1541 incluso la Formula instituti nel suo sviluppo fino a Exposcit debitum, la lettera di Claude Jay all’imperatore Ferdinando con la sua rinuncia a esser vescovo (1546) e la fondazione dei collegi di Gandía (1546) e di Messina (1548), la etichetta sulla porta d’ingresso del Collegium romanum nella vigilia della sua apertura (1551).

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Il Concilio Lateranense V (1512-1517)

Il Concilio Lateranense V è senz’altro un concilio fallito, ciononostante ci si percepisce varie intenzioni di riforma della chiesa che mantenevano una presenza anche se non furono messi in atto. Così il decreto 9 del 5 maggio 1514 obbliga dei maestri e degli educatori a dedicarsi oltre all’insegnamento di grammatica e retorica, cioè delle discipline di un liceo, anche a quello della religione, dei comandamenti, della fede, della liturgia e della vita dei santi per motivarli a frequentare la chiesa e ad accedere agli sacramenti[1]. L’intenzione di riforma è ovvia e si estrae facilmente dai decreti che la riforma della chiesa era determinata dal presupposto di un forte collegamento tra l’insegnamento scolare e l’educazione nella fede cioè le discipline del liceo sono considerate la base della catechesi e del crescere nella fede. In quest’occasione vorrei sottolineare brevemente che la formulazione del decreto non permette di associare gli insegnanti con un personale consacrato, siano sacerdoti, siano religiosi o religiose.

Se integriamo nella nostra ricerca anche il decreto 11 del 19 dicembre 1516 che si esprime a favore di un rinascimento dell’antica tradizione cristiana delle omelie vediamo che la mediazione nozionistica della fede era un attributo caratteristico di ogni programma di riforma della chiesa nei secoli precedenti alla fondazione della Compagnia di Gesù.

Un confronto con la storia dell’Abbazia di San Gallo mostra che, a partire dalla seconda metà del XV secolo, l’abate e il convento s’impegnavano continuamente dei modi di comunicare la fede. Non si tratta di un monastero esemplare riformatore. Ciononostante si creava il proprio beneficio di un predicatore nella chiesa abbaziale che a volte era benedettino a volte prete secolare o appartenente a un ordine mendicante. Era proprio grazie a questo ufficio che il monastero finalmente era in grado di presentare un’alternativa realistica alla Riforma. D’altra parte, non riusciva a istituire un liceo che non fosse aperto solo ai futuri sacerdoti e monaci[2]. In altre parole, l’educazione dei giovani – non solo in campo religioso – era oggetto di un ampio e differenziato dibattito dalla seconda metà del XV secolo in poi, sia in vista di una riforma della Chiesa che di un innalzamento del livello generale dell’educazione. Ovvio che tali centri di riflessione manifestavano una predisposizione all’assunzione di idee riformatori. Le intenzioni invece non erano mai completamente assente in ambienti di persistenza cattolica.

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I primi documenti di fondazione della Compagnia di Gesù

Non ci soffermiamo troppo nei documenti dei primi compagni dal 1539 al 1541. Rimane notevole però che nelle Conclusiones septem sociorum di maggio e giugno 1539 l’insegnamento degli articoli di base della fede alla gente semplice, 40 giorni all’anno, assume un ruolo centrale anche se le disposizioni non sono del tutto chiaro[3]. Questo elemento viene ripreso nella Prima Societas Jesu Instituti Summa dell’agosto 1539 in cui è espressa la convinzione che tale insegnamento servi di fondamento su cui si costruisce l’edificio della fede[4]. Questo programma viene concretizzato nelle Constitutiones anni 1541 che specificano l’insegnamento di stile introduttivo dei comandamenti, dei peccati, la confessione e delle preghiere[5].

Rimane senz’altro notevole che queste disposizioni non toccano in nessun aspetto il decreto del Concilio Lateranense V che s’indirizza a un insegnamento liceale. Neanche nel decreto De Collegiis et Domibus fundandis se ne trova un riferimento. I collegi erano stabiliti soltanto come alloggio di gesuiti in formazione o futuri gesuiti che studiavano in una università vicina. Tuttavia, tale omissione è sorprendente perché già nel 1537 Diego Laínez e Pierre Favre erano incaricati da Paolo III di leggere corsi di teologia all’università La Sapienza a Roma. Nel 1542 Favre continuò l’insegnamento all’università di Magonza e Claude Jay assunse un anno dopo la cattedra di teologia a Ingolstadt[6]. Il fatto che tale dimensione accademica, in cui parecchi dei primi gesuiti erano presenti, manca nei primi documenti fa sorgere la domanda della vera funzione di tali testi fondatori.

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Il primo tipo di collegio

Dal paragrafo precedente si deduce chiaramente che l’immagine ampiamente stabilita nella comune consapevolezza gesuita: insegnamento catechistico agli illetterati, notevole presenza nell’ambiente accademico ed universitario e la gestione di collegi come internati per i propri membri in formazione non è del tutto coerente. È senz’altro notevole che le Constitutiones Scholasticorum S.I. di 1546, composte con grande probabilità da Diego Laínez, non fanno nessun accenno alle scuole pubbliche benché la prima fosse stata fondata nello stesso anno a Gandía. Ciononostante la realtà della vita quotidiana nei primi collegi si discostava per alcuni aspetti dalle regole ufficialmente stabilite. Tuttavia nei primi collegi di Padova o Parma furono inviati anche dei giovani ragazzi per studiare materie liceali come la grammatica in scuole esterne mentre alloggiavano nei collegi – con la prospettiva di una possibile entrata nel noviziato[7]. Ma non soltanto questo. Nel primo periodo del Concilio di Trento Claude Jay nel 1546 negoziò con Guillaume Du Prat, vescovo di Clermont Ferrand, che intendeva fondare un collegio per la Compagnia a Parigi. Perché questo collegio era dotato dai beni della diocesi la Compagnia si obbligò ad accogliere anche dei chierici poveri provenienti da questa diocesi per vivere come i gesuiti e per essere accompagnati da loro. Il vescovo espresse così il desiderio che il suo clero e la chiesa della Franca fosse riformata dallo spirito della Compagnia[8]. Possiamo parlare di un pre-seminario diocesano? Nel senso proprio sicuramente no, ciononostante troviamo degli indizi chiari che i gesuiti erano pure nei primi anni della storia direttamente impegnati nella formazione dei sacerdoti diocesani.

In questo contesto dobbiamo anche interpretare la corrispondenza tra Ignazio, Jay, il re Fernando I (1531-1564) e papa Paolo III (1534-1549) in cui riflettevano sulla nomina di Jay vescovo di Trieste. Come motivo principale di rinuncia Jay vedeva il numero alto di giovani che stavano studiando in diverse università nella riflessione di seguire il camino della Compagnia. L’ordinazione episcopale di un professo potrebbe essere motivo di scandalo e di disorientamento[9]. In una lettera a Ignazio Jay considera più conveniente proporre al re di fondare un collegio a Vienna se volesse veramente servirsi del carisma della Compagnia[10].

Non è facile caratterizzare questo tipo di collegio su cui riflettevano Laínez e Jay insieme con Ignazio. Ovviamente non si trattavano di centri docenti nel senso stretto di un liceo o un’università. I commilitoni seguivano il programma di studi fuori. Ma si vede anche che questi collegi svolgevano una funzione nella formazione dei propri giovani membri, ma anche di futuri sacerdoti che anche come secolari mantenessero una relazione con la Compagnia. Cioè questo primo tipo di collegio serviva anche alla promozione vocazionale nel senso ampio con l’intenzione di stabilire una nuova rete sacerdotale. In questo contesto deve anche essere aggiunto che nei collegi non era integrato un proprio programma di studio. Ma i gesuiti che vi risiedevano completavano e perfezionavano l’insegnamento universitario con delle ripetizioni ed esercizi.

Una visione d’insieme della documentazione precedente alla fondazione dei primi collegi pubblici dal 1546 in poi mostra una chiara preferenza per l’insegnamento agli illetterati e ai fanciulli espressa soprattutto nei programmi scritti dei primi anni. Tale immagine però è contrastata da una presenza notevole di gesuiti alle università – sia come studenti sia come docenti. I primi gesuiti mantenevano senz’altro qualche fedeltà al catechismo, altrimenti Ignazio non avrebbe esortato Laínez nel 1544 con delle parole chiare di investire ogni anno quaranta giorni all’insegnamento dei fanciulli secondo le prime costituzioni del 1541. Il fatto dell’ammonizione però indica anche qualche resistenza almeno da parte di Laínez, il grande peso intellettuale dei primi compagni[11].

Sembra però che in questi anni i gesuiti si occupassero in questioni educative soprattutto dei giovani studenti alle università e al loro accompagnamento verso il sacerdozio. Il liceo invece non sembra aver avuto un vero ruolo. Sulla base dei documenti studiati e dopo una attenta lettura dei decreti del Concilio Lateranense V dobbiamo però constatare, che tale concilio che si riferisce all’insegnamento liceale non sembra aver avuto un’influenza significativa sulle riflessioni dei primi gesuiti prima del 1546.

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L’apertura dei primi collegi pubblici

È ampiamente conosciuto che dalla seconda metà degli anni quaranta, cioè dalla fondazione dei collegi di Gandía (1546) e di Messina (1548), tutta la Compagnia di Gesù fu profondamente trasformata. I collegi erano aperti a tutta la gioventù maschile; i gesuiti stabilivano un proprio programma di studi che loro stessi garantivano come insegnanti. Il fulcro della materia insegnata stava sulla grammatica, la retorica e i humaniora che mediavano una solida dominanza delle lingue classiche, del latino e del greco. Così gli allievi erano anzitutto adolescenti e non universitari. Rimane però da costatare che tale trasformazione stava in sintonia diretta con il decreto 9 del Concilio Lateranense V che era basato sulla convinzione di una profonda compenetrazione reciproca di materia liceale e insegnamento della fede come base di una società sana.

La fondazione di collegi ha investito in pochi decenni a rotta di collo l’intero mondo cattolico. Il collegio con una imponente chiesa diventava un elemento caratteristico di ogni città. Così fu anche modificata la vita dei gesuiti. Un collegio medio conteneva una comunità di 12 a 20 membri che vivevano piuttosto uno stile conventuale o canonicale e non di predicatori itineranti.

Inoltre l’educazione non era più orientata verso una promozione vocazionale o una preparazione alla vita sacerdotale ma piuttosto a quella di un buon cattolico. Delle Regulae Scholarium Externorum del 1561 stabiliscono che un alunno non doveva entrare nel liceo con la decisione fatta di diventare sacerdote, anzi doveva essere disposto di fare un proprio cammino di maturazione[12]. Alcuni collegi stendevano i loro corsi a quelli di filosofia e a volte anche di teologia che seguivano anche i propri gesuiti in formazione mentre la loro presenza in università esterne non era più documentata. Il collegio standard però era quello di cinque classi liceali. Tutti questi cambiamenti siano soltanto accennati e non descritti perché sono ampiamente presentati altrove.

In quest’occasione soltanto il fatto seguente verrà discusso in particolare: l’iscrizione “Schola di Grammatica, d’Humanità e Dottrina Christiana, gratis” che Ignazio appese sopra la porta del Collegio Romano il 22 febbraio 1551, alla vigilia della sua apertura[13]. Questo semplice annuncio ha affascinato soprattutto negli ultimi decenni e portato a riflessioni di ampio respiro sulle motivazioni e sulla portata dell’educazione gesuita. L’iscrizione non rimase un episodio, ma divenne un elemento caratteristico dei collegi che però non erano una rivoluzione sul campo educativo d’Italia. Il programma d’insegnamento conosceva dei precedenti e anche la tassa scolastica era stato oggetto di ampie discussioni, ma ovviamente la gratuità aveva la sua portata.

In primo luogo, tuttavia, va notato che Ignatius era un negoziatore duro quando si trattava di fondazioni di collegi. Chi era interessato di una chiamata di gesuiti doveva garantire anzitutto il sostentamento dei padri e la manutenzione dell’edificio. Lo stipendio di un insegnante laico era ovviamente molto più costoso, ma lo stile di vita dei gesuiti non era povero. Ignazio richiedeva degli edifici costruiti bene e pure l’alimentazione doveva essere sana e sufficiente. Quando Laínez negoziava nella terza sessione del Concilio di Trento negli anni sessanta con un vescovo spagnolo sulla fondazione di un collegio nella sua diocesi insisteva che a ogni gesuita insegnante dovevano essere garantite due stanze private – in quel tempo un chiaro privilegio.

Però nella dotazione dei collegi Ignazio si manifestava con una particolare creatività che finora non era ancora profondamente ricercata. Un forte elemento di critica protestante di fronte al clero cattolico era la loro “caccia” di benefici ben dotati. Infatti molti universitari degli inizi del Cinquecento si dedicavano durante i loro studi a una assidua ricerca di una prebenda con un reddito più alto possibile. Tanti figli aristocratici furono investiti di benefici di monasteri vuoti per passare una vita benestante. Ignazio ha cercato di incorporare tali benefici nella fondazione nuova di un collegio. Il beneficio non era più conferito a una sola persona ma fu integrata piuttosto nella dotazione del collegio che stava per nascere. Cioè i redditi fino allora riservati a un prebendario aristocratico servivano in poi all’insegnamento della gioventù locale. Così il collegio di Vienna era dotato dai fondi del monastero carmelitano e quello di Praga da un monastero domenicano. Tale ridedicazione non solo ha innalzato il livello di istruzione pubblica, ma ha anche contribuito all’aumento di credibilità della fede cattolica difronte all’accrescimento delle idee protestanti presenti soprattutto nelle scuole.

Il secondo fattore è la gratuità. Che cosa intendeva Ignazio con questo atto generoso – possibile soltanto con delle fondazioni stabilite e garantite? Ignazio si esprimeva chiaramente a favore di accogliere ogni allievo – ricco o povero. Però perché non troviamo dei miseri nei collegi? La ragione si trova in una decisione d’Ignazio stesso. Lui si espresse a favore di scuole di grammatica che presupponevano degli allievi delle capacità di lettura e scrittura. Così Ignazio promuoveva soltanto l’educazione liceale. Se avesse voluto aumentare il livello educativo dei miseri avrebbe dovuto stabilire delle scuole elementari di cui la Compagnia aveva soltanto pochissime. Poi si aggiunge un altro fattore legato alle condizioni sociali di suo tempo: Una famiglia di classe media spendeva tre quarti del proprio reddito per le spese quotidiane, cioè soprattutto per l’alimentazione, quindi la maggioranza della popolazione non disponeva delle risorse per frequentare la scuola elementare. Spesso i bambini erano costretti a lavorare, inoltre le scuole elementari non erano gratis come i licei gestiti dai gesuiti. Se però un bambino è riuscito ad appropriarsi delle conoscenze scolari di base doveva di solito, dopo aver passato tale scuola, mettere a disposizione la sua forza ed energia al sostentamento della propria famiglia. Se Ignazio avesse voluto cambiare queste condizioni sociali avrebbe dovuto stabilire un sistema educativo completamente diverso. È significativo che proprio l’insegnamento ai fanciulli ed illetterati, che inizialmente era una componente essenziale, sia rimasto indietro dopo pochi anni.

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Conclusione

Questa breve descrizione ha mostrato che i gesuiti hanno trascorso i primi sei anni dopo l’approvazione del loro ordine nel 1540 alla ricerca di un contributo adeguato all’educazione dei giovani nei primi anni di vita. Tra l’ideale del catechismo per i non istruiti e una considerevole presenza universitaria, si sviluppò l’apostolato dei licei, con cui l’ordine cambiò in breve tempo il panorama educativo cattolico.

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  1. «[…] che i maestri di scuola e i precettori istruiscano ed esaminino i loro scolari, fanciulli o adolescenti, non solo nella grammatica, nella retorica e in altre materie simili, ma anche in quello che riguarda la religione, come i comandamenti di Dio, gli articoli della fede, gli inni sacri, i salmi e le vite dei santi: nei giorni festivi non potranno insegnare loro se non quello che attiene alla religione e ai buoni costumi e istruirli in queste cose, nonché esortarli, e, per quanto è possibile, costringerli in queste cose, nonché esortarli, e, per quanto è possibile, costringerli, a andare in chiesa non solo per ascoltare la messa, ma anche per assistere ai vespri e ai divini uffici. Allo stesso modo li spronino ad ascoltare le prediche e i sermoni e non leggano loro nulla contro i buoni costumi e a favore dell’empietà.» (Alberigo,Giuseppe, ed. Concilium Oecumenicorum Decreta. Concilium Lateranense V, Sessione IX, Bolla di riforma della curia. Bologna: Edizioni Dehoniane, 2013, p. 621)

  2. Staerkle, Paul. Beiträge zur spätmittelalterlichen Bildungsgeschichte St. Gallens. St. Gallen: Fehrsche Buchhandlung, 1939, p. 16-22, 99, 137, 138, 160-161, 200.

  3. Sancti Ignatii de Loyola Constitutiones Societatis Jesu, tomus primus. Roma, 1934, p. 9-14.

  4. Ibidem, p. 14-21.

  5. Ibidem, p. 33-48.

  6. O’Malley, John. Die ersten Jesuiten. Würzburg: Echter Verlag, 1995, p. 234.

  7. Oberholzer, Paul. “Desafíos y exigencias frente a un nuovo descubrimiento de Diego Laínez.”, in Oberholzer, Paul, ed. Diego Laínez (1512-1565) and his Generalate. Jesuit with Jewish Roots, Close Confidant of Ignatius of Loyola, Preeminent Theologian of the Council of Trent, 85-86, Roma, Institutum Historicum Societatis Iesu, 2015.

  8. Trento, febbraio o marzo 1546, Claude Jay a Ignazio di Loyola; Trento, 10 maggio 1546, Claude Jay a Ignazio di Loyola (Epistolae PP. Paschasii Broëto, Claudii Jaji, Johannis Docurii et Simonis Rodericii, Matriti, 1903, nr. 15, p. 300-305; nr. 17, p. 307-309).

  9. Trento, 10 dicembre 1546, Claude Jay a Ferdinando I; Trento 22 dicembre 1546, Claude Jay a Paolo III (Epistolae PP. Paschasii Broëto [veda nota 9], nr. 26, p. 327-329; nr. 27, p. 329-332).

  10. Trento, 4 dicembre 1546, Claude Jay a Ignazio di Loyola (Epistolae PP. Paschasii Broëto [veda nota 9], nr. 26, p. 327-329; nr. 27, p. 329-332). (Epistolae PP. Paschasii Broëto [veda nota 9], nr. 25, p. 325-327).

  11. Oberholzer. Desafíos y exigencias (veda nota 7), p. 70.

  12. Lukács, Ladislaus, ed. Monumenta Paedagogica Societatis Iesu, vol. III (1557-1572), Roma, 1974, nr. 7, p. 43-51.

  13. O’Malley. Die Ersten Jesuiten (veda nota 6), p. 239.